Il preadolescenze diffida dell'insegnante, non perchè parla italiano, ma in prima istanza perchè parla, e in genere parla troppo, mentre lui è intasato da emozioni e conflitti che si esprimono con il silenzio, con il corpo, con il gesto, con l'urlo. la parola dell'insegnante, invece, di aiutarlo a mettere ordine in quel caos, dandogli pian piano una forma, troppo spesso vi sovrappone semplicemente una gabbia di regole, oppure parla d'altro. L'insegnamento linguistico è prima di tutto dialogo, e nel dialogo viene prima di tutti l'ascolto: sennò è vero quello che dicono i ragazzi che usiamo le parole per avere sempre ragione voi. Solo se impara ad ascoltare l'insegnante può avere la pretesa di esere ascoltato.
Carla Melazzini: "Insegnare al principe di Danimarca"
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I bambini non hanno bisogno di adulti perfetti, ma di adulti che abbiano ancora voglia di interrogarsi, di adulti che sappiano quindi essere persone mature e che dimostrino loro di sapersi prendere cura dell'altro, per poterlo aiutare a crescere e a diventare a sua volta persona. Ciò che può rendere sopportabile l'esperienza di formazione e sopportabile l'esperienza del bambino che apprende così come dell'adulto che insegna, è l'interesse e la capacità di riflettere sui sentimenti.
I bambini non hanno bisogno di adulti perfetti, ma di adulti che abbiano ancora voglia di interrogarsi, di adulti che sappiano quindi essere persone mature e che dimostrino loro di sapersi prendere cura dell'altro, per poterlo aiutare a crescere e a diventare a sua volta persona. Ciò che può rendere sopportabile l'esperienza di formazione e sopportabile l'esperienza del bambino che apprende così come dell'adulto che insegna, è l'interesse e la capacità di riflettere sui sentimenti.
Questa riflessione sui sentimenti ci rende capaci di vivere l'esperienza e di afferrare il suo significato e può, quindi, risultarne una migliore comprensione degli altri ma anche di noi stessi. Essere poco attenti alla sfera emotiva equivale ad essere disattenti al bambino che, mentre apprende, mette in gioco tutto se stesso e non solo la sfera intellettiva, ma anche a noi stessi.
Se non si è attenti alla relazione educativa si rischia di creare un'antinomia tra il cognitivo/l'affettivo, di staccare la lezione dal processo formativo e quindi il sapere dal capire.
L'insegnamento, per essere realmente significativo, non può che passare attraverso un dialogo che non escluda la sfera emotiva.
C'è spesso molta paura nell'insegnante di lasciarsi troppo coinvolgere, di essere troppo presi dai problemi dei bambini e si inventa un distacco professionale che si rifugia dietro l'alibi che noi dobbiamo occuparci dell'apprendimento, dell'acquisizione del sapere, del cognitivo e non dell'emotivo, che non siamo mamme, ma insegnanti. Se è vero che è diverso il ruolo del genitore, non si può negare (che lo vogliamo o no) che tra noi e il bambino si crei inevitabilmente una relazione emotiva. Se noi la neghiamo, il bambino percepirà il nostro rifiuto e sostanzialmente la nostra paura. C'è emotività e affettività tra adulto e bambino, tra adulto e adulto nel momento in cui c'è uno stare insieme; quindi difendersi dall'emozione, dai sentimenti vuol dire negare la possibilità di costruire una relazione valida. In genere tutto va bene quando di fronte a noi abbiamo bambini e adulti che non ci pongono problemi, che non mettono in discussione le nostre sicurezze.
Foto di Enzo Sellerio
“Nulla, - dice - nella quotidianità scolastica è insignificante: ogni cosa porta con sé un senso e significato che è compito dell’educatore e dell’educatrice riuscire a portare alla luce”
Annarosa Buttarelli

è vero che molti insegnanti pensano che non sia professionale lasciarsi coinvolgere troppo dagli allievi, portarsi a casa i loro problemi, aver in testa il pensiero di cosa fare con loro e per loro. Penso che non si possa insegnare senza questa parte di umanità, senza una relazione . Costanza
RispondiEliminasono madre di un bambino con difficoltà di apprendimento e mi è piaciuto molto questo post perché sono molto convinta che i bambini fragili non apprendono se non sono in relazione con l'adulto e con l'insegnante. Io ho provato tante volte a spiegarlo alle insegnanti di mio figlio ma purtroppo mi è stato detto che volevo solo giustificare troppo mio figlio. Marisa
RispondiEliminaNella mia esperienza ho visto che la relazione è importante per i bambini con una certa fragilità e anche per quelli cossiddetti "difficili"... Cosa significhi "difficili" sinceramente non lo so, ma così si dice sempre. La relazione è però importante per tutti, anche per quelli che (per usare un'altra parola molto ambigua) definiamo "normale". Tutti abbiamo bisogno di sentirci tra persone, con ruoli diversi, ma tra persone che sanno essere davvero "umane".
RispondiEliminaTante volte mi chiedo perchè sia così difficile capirlo, ma forse è vero, ci difendiamo dai rapporti anche nella vita di tutti i giorni...
Silvana
saper ascoltare richiede molta pazienza ma non è solo l'insegnante che deve saperlo fare ma anche noi genitori, soprattutto con figli adolescenti.Sono d'accordo sul fatto che non dobbiamo tanto preoccuparci di apparire perfetti ma dobbiamo preoccuparci di aiutare i nostri ragazzi a crescere.Luciana
RispondiEliminaTanti insegnanti sono d'accordo sull'importanza del dialogo ma pochi lo sono sul fatto che il dialogo coinvolge necessariamente la sfera emotiva . Un insegnamento che vuole raggiungere tutti non può escludere il coinvolgimento. Luisa
RispondiEliminaA volte non ci si crede, ma è vero che alcuni insegnanti rifiutano di coinvolgersi in modo emotivo. Mia figlia era molto legata a suo nonno. Quando è morto ne è rimasta scossa. Ne ho parlato a scuola, perchè ne tenessero conto. La risposta è stata: "mi dispiace molto per il suo lutto, signora, ma la scuola è scuola e non possiamo tener conto di tuto quello che suucede nella sfera privata. La bambina deve continuare a studiare, se no rimane indietro nel programma e ne risentirebbe la sua valutazione. Cerchi quindi di farla studiare lo stesso".
RispondiEliminaMia figlia alla scuola teneva e non è rimasta indietro: E' stato per lei una grossa prova, mi chiedo se altri ragazzi con più difficoltà non avrebbero avuto ancora più problemi. In questo sono anche i genitori che non sopportano che il programma si interrompa, qualunque sia il motivo... Anche noi genitori dovremmo fare la nostra parte
Michela
Riguardo al tema della morte credo che non tutti siano "preparati" ed anche un'insegnante (come del resto un genitore) può trovarsi in difficoltà. Ricordo il caso di una bimba di terza elementare che ha perso la mamma per una grave malattia e l'insegnante (persona molto sensibile) ha chiesto aiuto alla psicologa per poter essere di sostegno alla piccola evitando di fare involontari errori. Certamente anche i genitori ci mettono del loro non solo in riferimento ai "programmi che devono andare avanti" ma anche rispetto ad altri temi che possono "disturbare l'equilibrio" in classe come l'arrivo di un bambino "che disturba" o un bambino adottato (di colore oppure no)sono temi che rompono gli schemi sia in famiglia che in classe e molto dipende dall'insegnante che a volte non ha gli strumenti per affrontarli.
RispondiEliminaSono invece tematiche che aiutano a "crescere" se impostati nel modo corretto.
Piera
Faccio parte della sezione ANFAA di Novara che - nel corso degli anni - ha predisposto diversi corsi di formazione per insegnanti e, nel particolare, vorrei qui segnalare “Imparare con il cuore e con la mente” corso realizzato con Arciragazzi. Di seguito trascrivo unicamente la premessa al terzo modulo “l’alunno vulnerabile”: “Conoscere le possibili problematiche psicosociali di minori e famiglie a rischio implica comprendere le emozioni scatenate dal disagio e gli atteggiamenti che si manifestano di fronte alla diversità esistenziale, sociale e culturale. Attraverso la conoscenza avviene l’acquisizione di competenze strategiche ed emotive nella gestione di situazioni ove i bambini vulnerabili sono lo scenario sempre più frequente che si dispiega anche tra i banchi di scuola e che spesso si ha difficoltà a gestire. L’attività formativa intende, attraverso la condivisione di situazioni concrete, promuovere e sostenere l’acquisizione e la crescita delle competenze personali mediante lo sviluppo delle capacità di comprensione, gestione e manifestazione delle proprie emozioni.
RispondiEliminaIl lavoro di gruppo si configura come strumento capace di cercare strategie di intervento, promuovere la solidarietà ed il sostegno reciproco diventando nel tempo un importante veicolo formativo.”
Abbiamo avuto un buon numero di presenze ma non quante ce ne aspettavamo e questo perché molte insegnanti ritengono di essere sufficientemente “esperte” su certe tematiche che poi vengono in realtà affrontate in modi non proprio consoni alle esigenze e all’emotività dei bambini.
Mi auguro che il convegno dia anche strumenti per affrontare le difficoltà che le insegnanti incontrano a scuola dando suggerimenti per affrontarli con efficacia.
Emilia P.
La mia bambina ha avuto un'insegnante straordinaria, straordinaria in quanto umanità. E' sempre stata una bambina timida, bastava poco per meterla in difficoltà. Lei passava vicino al suo banco, le dava una leggera carezza e le diceva: "Dai che puoi farcela". Se vedeva che si bloccava si sedeva un attimo vicino a lei, le dava un piccolissimo aiuto e lei ricominciava a lavorare. Veniva poi a casa felice e mi diceva: sai la maestra mi vuole bene, quando non risco mi aiuta... Tutto lì, nient'altro. A volte basta poco. Non ho mai smesso di ringraziarla, ma lei mi rispondeva con semplicità: "Faccio solo il mio lavoro". Una donna semplice, ma buona, fose solo buona.
RispondiEliminaGraziella
Ne ho incontrati bambini timidi e fragili. Ha ragione Graziella. A volte bastava poco per incoraggiarli a lavorare. C'è però un altro aspetto. Se hanno delle difficoltà bisogna non scoraggiarli. Fanno presto a sentirsi "sconfitti", basta una frase. Ho sentito spesso una mia collega dire ad una bambina: "ma tu proprio non ci arrivi, l'ho ripetuto mille volte". Un rimpianto ce l'ho, non averle detto che non poteva comportarsi così... Poi, ho cambiato, come sempre scuola. Essere precari non è brutto solo per te, ma anche per i bambini che cambiano insegnante e questo non li aiuta di certo.
RispondiEliminaGIovanna
Credo che, così come stanno andando le cose, sia difficile parlare di relazione educativa, di emozioni etc. Io frequento la Facoltà di scienza della formazione e devo dire che la preoccupazione maggiore è che si parla poco di come dobbiamo essere noi come persone di fronte ai bambini, di quale disponibilità dobbiamo avere nei loro confronti. Mi sembra di imparare davvero poco in questo campo e ne sono sconcertata.
RispondiEliminaLuisella
Quello che io penso è che la scuola debba fare una scelta: ho è per tutti o per pochi. Se è per tutti, deve trovare un metodo che sappia raggiungere anche chi è più in difficoltà. Ci sono insegnanti che da molto tempo seguono questa strada e con grandi successi. L'ho sperimentato alle scuole medie con il mio figlio più grande. Un'insegnante splendida di un'umanità straordinaria. Non ne lasciava dietro nessuno come quel film cinese: non uno di meno.
RispondiEliminaMa tutto è lasciato alla buona volontà e anzi proprio chi sa raggiungere i ragazzi trova a volte vita più difficile. Se la scuola è democratica non dovrebbe essere così? Certo deve essere molto difficile, ma la difficoltà non deve fermarci. Dovremmo tutti credere in una scuola così ed invece a volte siamo davvero come diceva qualcuno prima di me, proprio noi genitori a mettere i bastoni fra le ruote. Ci vorrebbe una battaglia "culturale" e politici che ci credano. Forse nei politici non bisogna sperare... Ma una società democratica senza istruzione che democrazia può essere?
Renzo
Che gli insegnanti parlino troppo, è vero. Non si riesce mai a parlare con loro in modo tranquillo e dialettico. Le loro ragioni sono sempre più giuste delle tue e questo oggi crea anche reazioni esagerate anche da parte degli studenti. Io ho avuto solo un insegnante in cui davvero si discuteva e allora sì, che si ammettevano i propri torti. Ma lui più di una volta ha detto: ho sbagliato io.
RispondiEliminaFederico
Quante volte i miei bambini mi hanno chiesto: Ma lei mi vuole bene? Come si può dire che non ci deve essere emotività. Cosa dovrei rispondere a questi bambni: No, non sono la tua mamma, io sono solo la tua insegnante.
RispondiEliminaMa forse i bambini lo sanno a chi possono chiedere e a chi no. Ma non mi si dica che non hanno bisogno anche del nostro affetto!!! Roberta
Grazie di tutti questi commenti. Vedo che qualcuno comincia a seguire con una certa regolarità. Se volete mandarci vostre testimonianze, siete le benvenute. Le posteremo. Magari non subito, ma al più presto.
RispondiEliminaLa riflessione a più voci ci aiuta ad andare avanti, a redere a quello che facciamo e ad assumerci le nostre responsabilità con più entusiasmo. Stiamo parlano di una scuola per tutti. Delle basi di una scuola che sia per tutti. Poi è chiaro ognuno entra con le sue specificità. Ringraziamo l'ANFAA che ha accettato di fare un convegno con questa ottica: una scuola che sappia accogliere le specifità di un bambino adottato o affidato, deve parteire da una scuola che accoglie tutti i bambini e della diversità sa farne tesoro e non motivo di esclusione.
Grazie e continuate, se potete a venirci a trovare. E magari incontriamoci al convegno.
Mi piace questa idea del convegno che riporti al centro "una scuola per tutti". C'è stata troppa frammentazione, troppi interessi diversi. Il risultato è sotto i nostri occhi. Temo però che il cammino sarà molto lungo
RispondiEliminaGiovanni
Lo credo anche io. C'è bisogno adesso di unità, di unire le forze per ripartire da un'idea di scuola che sia davvero democratica e una scuola democratica ha bisogno che ci si unisca e non ci si divida.
EliminaSe c'era un momento in cui potevo essere sicura di aver stabilito un contatto con miei alunni più problematici, era quello in cui lui o lei, magari dopo la lezione o all'intervallo o all'uscita mi si avvicinavano e mi dicevano: "professoressa posso parlarle?" e parlavano, parlavano di sè, dei loro problemi, del rapporto con i loro compagni o magari semplicemente mi chiedevano di aiutarli a recuperare un compito o un'interrogazione, anche in materie non mie. A volte i loro problemi erano così grossi che non sempre ero sicura di saperli aiutare, ma non potevo tirarmi indietro proprio quando erano loro a darmi fiducia. E tutte le volte andando via lui o lei mi dicevano "grazie"e non era un grazie per quello che non avevo ancora fatto o per quello che avrei potuto fare, ma per averli ascoltati, per aver dato loro la possibilità di parlare.Maria
RispondiEliminaIntervengo sul tema sopra esposto dove trovo tanti spunti di riflessione; ho letto i commenti che si sono succeduti : molte riflessioni, diverse testimonianze personali, forse anche richieste di aiuto o di approvazione sul modo/metodo di rapportarsi con gli alunni/figli.
RispondiEliminaNon esiste una unità di misura per quantificare, qualificare il proprio operato in un sistema complesso come quello della scuola: tanti sono i fattori che ne condizionano il percorso che ha o dovrebbe avere come fine, la crescita sia culturale che individuale della persona: in questo caso il bambino,ragazzo, adolescente, figlio …
Riporto una frase che a me piace molto : “ l'insegnamento linguistico è prima di tutto dialogo, e nel dialogo viene prima di tutto l'ascolto: solo se impara ad ascoltare l'insegnante può avere la pretesa di essere ascoltato “…
Questo vale naturalmente anche all’interno delle famiglie: mai stancarsi di ascoltare e dialogare con i propri figli; loro sono in continua crescita, evoluzione: un piccolo tassello tutti i giorni aiuta a crescere a vivere le situazioni, ad affrontare le difficoltà e, nel limite del possibile superarle/arginarle certamente anche con l’aiuto della scuola, degli insegnanti: le fondamenta per costruire una casa sono di vitale importanza, in caso contrario il rischio è che ti crolli addosso.
La capacità di entrare nei sentimenti e/o problemi degli altri, di vivere le situazioni, cercare di capirle e risolverle; “capacità di non lasciarsi coinvolgere emotivamente “ non significa essere insensibili, ma avere padronanza di se stessi per affrontare i problemi, in caso contrario sarebbe una sconfitta.
A tal proposito vi faccio alcuni esempi della mia vita professionale:
in un reparto di oncologia pediatrica stai con bambini ricoverati per gravi patologie; li vedi calvi a causa della chemioterapia, ti intrattieni con loro, ci giochi, li separi quando litigano per un giocattolo, sdrammatizzi e ti metti a fare il pagliaccio per donargli un sorriso anche se dentro piangi … quelle lacrime che eviti solchino il tuo viso a loro non servono; servono sorrisi, carezze, il racconto di una fiaba: loro non conoscono la parola morte, non sanno cosa significhi, per loro è vita comunque, fino alla fine …
Stessa cosa avviene in un reparto di degenza per anziani: spesso sono soli tutto il giorno, spesso non c’è nessuno che li venga a trovare; si sentono inutili e aspettano la morte come una liberazione.
Basta poco: sedersi al bordo del loro letto, tenergli la mano, parlargli, ascoltarli mentre si raccontano: loro capiscono quando stanno per andarsene, se ne vanno via sereni quando hanno qualcuno accanto …
In un pronto soccorso in cui ti arriva un ferito grave, magari per un incidente stradale, non ti metti le mani sui capelli e ti metti a strillare e piangere !!! Focalizzi l’attenzione per salvargli la vita, per fermare un’emorragia, per somministrargli tutte le terapie del caso …
Tutto ciò per dire che se ti facessi prendere dai sentimenti, dalle emotività, che comunque fanno parte della natura umana, non saresti di nessun aiuto, anzi …
Questo non significa “essere insensibili “, ma avere autocontrollo per gestire situazioni/eventi prevedibili o non, che quotidianamente dobbiamo affrontare.
Capisco di aver portato paragoni “forti” rispetto a quelli scolastici, ma se si vuole aiutare qualcuno ( che sia un alunno o un paziente) serve una forte capacità e padronanza di se stessi per affrontare le situazioni, quali esse siano.
“ Prima del dialogo, la capacità di ascoltare “, la pazienza di essere disponibili, sempre … !!!
Scusate se ho divagato su tematiche che, rapportate a quelle della scuola, assumono contorni spesso drammatici: era mia intenzione focalizzare l’attenzione “sull’arte della comunicazione”.
Saluti
A.S.
Sono d'accordo che, come insegnante, devi saper controllare le tue emozioni, che però bisogna imparare ad ascoltare perchè a volte ci dicono quello che la pura razionalità non sa dire. Comunque bisogna tener conto delle emozioni dei ragazzi per aiutarli quando hanno bisogno essere compresi in momenti che possono essere difficili da superare da soli.
RispondiEliminaGrazie Alessamdro